Cervelli di ritorno, in direzione ostinata e contraria

“Classe 1985, faccio parte di quella generazione che fa rima con stage, precari, contratto a progetto, bamboccioni; ma anche Erasmus, Couchsurfing, globetrotter, cervelli-in-fuga”. Così si presenta Serena Carta sul suo blog #cervellidiritorno, ospitato da Vita.it. È un incipit talmente significativo che ho deciso di riportarlo uguale. “Cervelli di ritorno” è un’espressione felice trovata da Serena per contrapporre la visione di un’Italia viva a quella un po’ deprimente dei cervelli in fuga, spesso dipinti come il segno incontrovertibile del declino di una nazione.
La visione al contrario di cervelli che tornano e raccontano di un’Italia onesta e passionale mi ha affascinato fin dal mio primo incontro con Serena. È banale, ma non ci avevo mai pensato abbastanza, forse annebbiato anch’io dalla retorica dei fuga dei cervelli.
Eppure un’altra storia non solo è possibile, ma è già qui. Abbiamo chiesto a Serena di raccontarcela.


Cervelli di ritorno: intervista a Serena Carta


Ciao Serena, chi sei?

29 anni, la pancia, il cuore e la testa a Torino, i due piedi momentaneamente ad Amsterdam. Bastiàn al cuntràri, come qualcuno mi ha definito, e con l’ossessione di voler salvare il mondo. A volte vorrei mollare tutto per fare la viandante di professione; altre, spero di avere 48 ore al giorno per completare l’infinita to-do-list. Qualche anno fa mi sono laureata in Scienze Politiche e da allora ho fatto diversi lavori, ma quelli che mi sono piaciuti di più avevano come denominatore comune la comunicazione, il giornalismo, il non profit e le nuove tecnologie. Oggi faccio parte del team di Volontari per lo sviluppo, per cui studio e racconto le ICT applicate alla cooperazione internazionale.


Spiegaci un po’ questa cosa dei cervelli di ritorno, perché invece siamo abituati a sentir parlare di fuga di cervelli.

#cervellidiritorno è il nome che ho scelto per il blog che a luglio del 2013 ho aperto su Vita.it. È un titolo concettualmente sbagliato per un sacco di motivi, lo so, lo hanno persino accusato di essere elitario e discriminatorio. Ma era l’espressione migliore per fare il verso all’abusato “cervelli in fuga”, che mi ha sempre fatto venire l’orticaria. I cervelli di ritorno (nella mia personale definizione) sono quei giovani italiani (gli under 35) che dopo un periodo all’estero – poco importa cosa abbiano fatto per vivere, dal barista a Londra allo stagista al Parlamento europeo – decidono di rientrare in Italia, in barba alle statistiche e alle cantilene sull’Italia-paese-fallito da cui non resta altro che darsela a gambe.


Ma tu ti consideri un cervello di ritorno?

Un cervello non lo so, sicuramente una cittadina che ha optato senza troppe incertezze per il ritorno nella Penisola. Quando vivevo all’estero e il contratto di lavoro stava per scadere, si è trattato di decidere se mandare curriculum fuori o dentro l’Italia: ho investito tutto nella seconda.


Dicci due parole in più sul tuo blog #cervellidiritorno. Perché di blog di/su italiani all’estero ne conosciamo molti, ma il tuo ci è sembrato subito molto originale.

È un esperimento narrativo nato dall’esigenza di parlare della mia generazione da un altro punto di vista per mostrare che, anche se spesso si sente raccontare un’altra storia, un’alternativa esiste. Raccolgo testimonianze su un’Italia che vive e respira a pieni polmoni (altro che coma, con tutto rispetto per Bill Emmot e Annalisa Piras!): un paese fatto di persone che ci mettono la faccia quotidianamente per difendere quello in cui credono, che sono creative e ambiziose, che promuovono un lavoro di qualità e sventolano la bandiera della trasparenza e dell’onestà in tutto quello che fanno. Ragazzi e ragazze che non stanno ad aspettare che le cose cambino dall’alto, ma che sono germi attivi nelle comunità in cui vivono.


Di tutti i progetti che scovi in giro per l’Italia per raccontarli sul tuo blog, puoi dircene uno che ti è sembrato veramente figo?

È impossibile stabilire una gerarchia, perché sono tutti in egual misura interessanti e impattanti. Ogni esperienza racchiude un universo; e infatti, ogniqualvolta pubblico un nuovo post, vengo contattata da chi a quel mondo è legato e vorrebbe a sua volta raccontarsi. Funziona meglio di una catena di Sant’Antonio! C’è un’Italia intrecciata da Nord a Sud che sta davvero producendo cambiamento e non aspetta altro che poterlo urlare ai quattro venti. Supportata, talvolta, da chi ancora vive all’estero e spera un giorno di fare ritorno: anche queste persone contaminano in positivo, attivandosi come e quando possono invece di limitarsi a guardare e a criticare.


Parliamo di Torino. Tra fughe e ritorni, che rapporto hai con la tua città?

Molto intenso. Torino è la città che mi ha insegnato quanto vale attivarsi nella comunità e nel territorio in cui si vive. Partecipare e fare rete, spingersi dal centro alla periferia e viceversa, mescolarsi con i vecchi e nuovi torinesi: son tutte cose che sono stata invitata a fare sin dalla scuola elementare. Attenzione però: quando parlo di Torino mi riferisco alle persone straordinarie che vi ho conosciuto, alle associazioni di cui sono stata parte e a quelle conosciute per fama. Non fosse stato per loro e per il loro esempio di resistenza e di passione, non sono sicura che sarei rientrata in Italia con la stessa determinazione.


Il paese è sul baratro, provato dalla fuga del 97% dei suoi cervelli. Bruno Vespa ti invita a Porta a Porta per contribuire a salvare la situazione. Ti chiede di lanciare un appello dal titolo “Perché tornare in Italia”. Cosa dici?

Lascerei perdere gli slogan e mi limiterei a presentare gli esempi di chi è tornato, per dimostrare che finché non si prova non si può sapere come andrà. Ma dobbiamo essere cauti su questo punto: non tutti sono interessati a rientrare ed è giusto che sia così. Bisognerebbe piuttosto creare le condizioni affinché non ci si senta costretti ad abbandonare la propria terra, ma si possa partire per poi tornare (se è questo che si desidera). La circolazione dei cittadini in Europa e nel mondo non può che arricchire le culture: che Italia sarebbe se tanti dei giovani che ora sono espatriati potessero rientrare e avere la possibilità di integrare e implementare nelle nostre istituzioni pubbliche le buone pratiche conosciute altrove?


Usciamo dal salotto di Vespa e parliamo seriamente di politica: cosa bisognerebbe fare per una migliore “gestione dei cervelli”?

Non esistono ricette pronte all’uso, il paese ha bisogno di una rassettata generale. Si potrebbe però iniziare con il cambiare il modo in cui parliamo dell’Italia e chiamiamo le cose. Nei media si respira troppa negatività e l’immagine che si crea nelle nostre teste è quella di un paese che sprofonda nel fango, mentre tutt’intorno è la golden age. Ma questa è una visione distorta della realtà, che dà voce a una visione a senso unico della storia. Allo stesso modo, bisogna modificare il vocabolario e passare, per esempio, da “giovani” a “cittadini”. Con la scusa che siamo giovani, non veniamo presi sul serio, non veniamo valorizzati e non ci viene data fiducia. Negli altri paesi essere giovani è considerato un elemento a proprio favore; da noi è sinonimo di mancanza di esperienza e, anche per via dell’assenza di agevolazioni fiscali e finanziarie, diventa complicato farsi una vita propria. Non stupiamoci allora se chi va via non vuole tornare: perché, nonostante la nostalgia più o meno dolorosa degli affetti e del cielo di casa, non si può né si vuole rinunciare all’autonomia conquistata.

Cervello di ritorno ma non solo: blogger, ricercatrice, giornalista. Cosa vorresti fare “da grande”?

Vorrei innanzitutto trovare il tempo per incontrare dal vivo tutte le persone che sto intervistando per il blog, per creare nuove connessioni e, chissà, iniziare anche qualche avventura insieme. La risposta quindi è: la viandante (come ti avevo anticipato!) e la cantastorie. Risentiamoci tra dieci anni e ti farò sapere a che punto sono!

di Fabio Colombo
(fonte www.lenius.it)

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