Italia, il lavoro part time ai tempi della crisi

Tempo di lavoro 
Un terzo delle lavoratrici italiane è a tempo parziale; ma oltre la metà
di loro vorrebbe lavorare a tempo pieno. Così il part time, da
strumento per incentivare l’occupazione femminile, diventa terreno di
una guerra tra povere. E finiscono per restare escluse proprio quelle
donne potenzialmente disponibili a lavorare a part time.
Nel 2012, su un totale di 9 milioni 362 mila donne occupate in
Italia, circa un terzo lavora a tempo parziale, con un’incidenza poco
distante dalla media dell’UE27 (31% e 32,1%, rispettivamente). Questa
forma contrattuale ha iniziato a diffondersi in Italia con un
significativo ritardo rispetto alla maggioranza dei paesi europei,
interessando quasi esclusivamente la componente femminile. Nell’ultimo
decennio, soprattutto dopo le modifiche introdotte dalla cosiddetta
legge Biagi approvata nel 2003, questa forma contrattuale ha registrato
una accelerazione che si è tradotta, negli anni della crisi, in una
crescita del part time involontario.
Nel 1993, il lavoro part time
interessava circa il 21% dell’occupazione femminile in Italia, con un
differenziale di circa 10 punti rispetto alla media europea (UE15). Nel
2004 l’incidenza era salita al 25% circa, riducendo a 5,1 punti la
differenza con il dato medio (UE27). (v. nota 1). Questa tendenza è
proseguita successivamente, con una accelerazione negli anni recenti,
riducendo ulteriormente la differenza con il dato medio per l’UE27, pari
a solo un punto percentuale nel 2012.
Negli anni della crisi (v.
tab. 1), si è osservato una contrazione dell’occupazione totale, ma come
risultato di dinamiche contrastanti sia in base al sesso (con una
marcata flessione per la componente maschile e una moderata espansione
per la componente femminile) sia in base al regime d’orario (con una
netta caduta dei lavori a tempo pieno e un aumento dei lavori a tempo
parziale). Il confronto tra il 2007 e il 2012 evidenzia pertanto un
aumento dell’occupazione part time tra le donne, sia in valore assoluto
sia in termini di incidenza, ma molto più marcato in Italia rispetto
alla media europea (UE27).
La crescita della quota di donne
occupate a tempo parziale in Italia negli anni della crisi è il
risultato di una contrazione del numero di posti di lavoro a tempo pieno
(-188 mila) e di un incremento di quelli a tempo parziale (+466 mila).
Tuttavia, questo aumento è associato ad una crescita del part time
“involontario”, identificato con quanti dichiarano di svolgere un lavoro
a tempo parziale in mancanza di occasioni lavorative a tempo pieno. Già
prima della crisi, nel 2007, la quota di part-time involontario tra le
donne era relativamente elevato in Italia, pari al 35,7% (oltre 15 punti
al di sopra del dato medio per l’UE27), ed è andato aumentando
raggiungendo il 54,5% nel 2012. Dopo Grecia, Bulgaria e Spagna, l’Italia
è attualmente il paese con la più elevata incidenza di part time
involontario tra le donne (si veda la figura 1).
Vale la pena
osservare che anche per l’insieme dei paesi europei (UE27) la riduzione
complessiva dell’occupazione osservata nel quinquennio 2007-2012 (v.
tab. 1) è il risultato di una generale contrazione dell’occupazione a
tempo pieno (molto marcata per la componente maschile) e di una
espansione dell’occupazione a tempo parziale (maggiore per la componente
femminile, sia in valore assoluto che relativo). Inoltre, nella
maggioranza dei paesi (ad eccezione di Bulgaria, Francia, Germania,
Malta, Austria e Belgio) si osserva per la componente femminile un
aumento del part time involontario (v. fig. 1). In questo quadro,
l’Italia si contraddistingue sia per il notevole aumento del part time
femminile involontario (+19 punti tra il 2007 e il 2012, rispetto a +4
punti per la media UE27), sia per l’elevata incidenza raggiunta nel 2012
(54,5%, rispetto a 24,4% per la media UE27).
L’incremento del
part time registrato in Italia dal 2007 ad oggi, in particolare la
crescente ed elevata incidenza del part time involontario, suggerisce la
presenza di un elevato numero di donne che accetta di lavorare part
time in mancanza di opportunità di lavoro a tempo pieno (E’ plausibile
ipotizzare che in questi lunghi anni di crisi economica un numero
crescente di donne abbia modificato la propria disponibilità a lavorare –
preferendo il tempo pieno – per compensare una eventuale caduta del
reddito familiare associata alla perdita di lavoro degli altri membri
della famiglia).  Nel dibattito viene spesso argomentato, non sempre in
modo convincente, che la scarsa diffusione del part time è uno dei
principali fattori di freno alla partecipazione femminile.
Implicitamente si ipotizza che una maggiore diffusione di questa forma
contrattuale porterebbe ad un incremento del tasso di occupazione
femminile in quanto entrerebbe nella vita attiva un numero consistente
di donne non disponibili a lavorare a tempo pieno. Tuttavia, non sempre
l’incentivazione del part time si traduce in un aumento del tasso di
occupazione femminile; è infatti possibile un aumento dell’incidenza del
part time (sul totale dell’occupazione femminile), senza significativi
aumenti del tasso di occupazione femminile. Ciò è quanto si è osservato
nel Mezzogiorno nel decennio prima della crisi, laddove la debolezza
della domanda di lavoro spingeva molte giovani donne ad accettare,
involontariamente, il part time in mancanza di lavori a tempo pieno,
spiazzando così altre donne (con figli) disponibili a lavorare, ma solo a
tempo parziale. In breve, in condizioni di opportunità di lavoro
scarse, la competizione nel mercato del lavoro porta le donne con un più
forte attaccamento al mercato del lavoro ad accettare ciò che il
mercato offre, pur di lavorare. In questa competizione, dove i posti
disponibili sono pochi e le donne in competizione sono molte, finiscono
per rimanere escluse le donne che vorrebbero lavorare part time,
presumibilmente quelle con maggiori vincoli famigliari.
In
conclusione, il crescente ricorso al part time da parte delle imprese si
sta traducendo in un effetto sostitutivo rispetto ai lavoro a tempo
pieno, anziché aggiuntivo, senza effetti significativi sul tasso di
occupazione femminile. L’evoluzione del lavoro a tempo parziale in
Italia negli anni della crisi solleva nuovi interrogativi nel dibattito
sul ruolo del part time come strumento per favorire l’occupazione
femminile. In particolare, l’elevata e crescente incidenza del part time
involontario va a sostegno dell’ipotesi che l’utilizzo di questa forma
contrattuale in Italia risponde soprattutto alle esigenze delle imprese,
e solo parzialmente alla necessità delle lavoratrici di conciliare vita
lavorativa e familiare.

Tabella 1 – L’occupazione a tempo pieno e a tempo parziale in Italia e nell’UE27 per sesso nel 2007 e 2012 (dati in migliaia e incidenza percentuale)

http://www.ingenere.it/sites/default/files/articoli/tabella_1_villa.jpg 
Figura 1. L’incidenza del lavoro part-time involontario per le donne nei paesi dell’Ue27, 2007 e 2012 (% sul totale)

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