Il welfare mancante delle partite Iva. Alla ricerca di nuove tutele

Tagli al welfare? 
In Italia le lavoratrici
autonome sono più del doppio che in Germania, quasi il triplo che in
Francia. Ma le politiche sociali riservate a loro sono ancora pochissime
e disomogenee. L’indennità di maternità, introdotta nel 2007, presenta
forti limiti e lacune. Ecco i risultati di una ricerca sul campo.

L’Italia, nel 2012 è al
primo posto in Europa per numero di lavoratrici indipendenti: il 16,2%
delle donne lavoratrici svolge un’attività imprenditoriale o autonoma
contro il 7,5% della Germania e il 6,6% della Francia (Ufficio studi
Confartigianato). Nonostante l’incidenza del fenomeno, la
femminilizzazione del lavoro autonomo sembra essere avvenuta nella
pressoché totale assenza di politiche sociali, fatta eccezione per
l’indennità di maternità. I dati del dipartimento delle finanze
segnalano che tra gennaio e dicembre del 2012 sono state aperte circa
413.000 nuove partite Iva [1], in crescita del 6% rispetto all’anno
precedente soprattutto tra i giovani under 35. Si tratta principalmente
di autonomi a elevata istruzione e non tutelati da nessun ordine
professionale. Tra questi lavoratori, molto ampia è la quota femminile.
Nel 2012 sono quasi 150mila le donne che hanno aperto una partita Iva
individuale, 7 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente e
un picco di oltre il 10% per le donne con meno di 35 anni. La
progressiva femminilizzazione riguarda le attività professionali,
scientifiche, tecniche e soprattutto i servizi legati alla sanità e
all’assistenza sociale dove le donne sono quasi il doppio rispetto agli
uomini.
Oltre al dato quantitativo, la necessità di ripensare e allargare le forme di tutela è giustificata almeno da altre due ragioni.
La prima è collegata al fatto che le
donne sono sovra-rappresentate tra i lavoratori autonomi caratterizzati
da bassa autonomia, e forte dipendenza gerarchica e economica
.
Si tratta di lavoratrici ad alta istruzione, collocate in quelle
professioni prive di albo, dove aprire una partita Iva è l’unica
possibilità di ottenere un lavoro congruente con i propri studi. Questa
scelta ha però costi elevati, se da un lato si tratta di affrontare un
percorso lungo, che non sempre sfocia nel raggiungimento di una piena
autonomia, dall’altro proprio le condizioni di subordinazione, non
compensate né da maggiore flessibilità né da alti guadagni, minano le
possibilità di resistere nel lungo periodo.
La seconda ragione è invece collegata alle carenze del welfare
che, poco flessibile e non in linea con le esigenze delle
professioniste, compromette non solo le possibilità di sviluppo della
professione, ma anche le future scelte riproduttive [2].
L’unica
misura introdotta nel 2007, è il sostegno economico alla maternità. La
prestazione economica, pari all’80% della retribuzione “convenzionale”
[3], è calcolata con riferimento ai 12 mesi antecedenti i due mesi prima
del parto [4].
L’indennità presenta però una serie di limiti.
Oltre alle lacune sul piano previdenziale e alla mancanza di un sostegno
alla genitorialità [5], l’indennità si configura in maniera diversa
per le professioniste prive di albo che possono iscriversi solo alla
gestione separata dell’Inps rispetto a quelle che invece sono dotate di
casse autonome
di previdenza e assistenza collegate ai diversi albi professionali.
La prima differenza riguarda l’astensione obbligatoria dal lavoro.
Le caratteristiche di queste professioni che hanno (o dovrebbero avere)
minori vincoli di tempo, consentono di pensare a un’assenza dal lavoro
non necessariamente totale e continuativa. Inoltre il rapporto
fiduciario con i committenti/clienti non si presta a interruzioni troppo
prolungate pena la “distruzione” del percorso professionale avviato. La
legislazione ha recepito queste istanze ma solo per le professioni
regolamentate e dotate di una cassa, per le quali l’indennità di
maternità viene erogata indipendentemente dall’effettiva astensione
dall’attività.
La seconda differenza riguarda il calcolo delle indennità.
Quello delle professioniste iscritte alle casse viene effettuato sul
reddito del secondo anno precedente il parto, probabilmente più
remunerativo di quello in cui si è verificata la gravidanza. Non solo,
quindi le professioniste non iscritte a casse hanno maggiori probabilità
di perdere parte dei propri contatti professionali ma subiscono anche contrazioni di reddito più forti.
Tutte
queste difficoltà emergono in maniera evidente nella ricerca [6]
condotta su un campione di 37 fisioterapiste, logopediste e terapiste
neuropsicomotorie operanti nel Lazio.
La scelta di concentrarsi su
questo tipo di professioni altamente femminilizzate, deriva
primariamente dalla fortissima presenza di titolari di partita iva
individuale tra queste operatrici e dal fatto che si tratta di
professioni per le quali non è previsto un albo o altre forme di
regolazione.
La ricerca, pur nella limitatezza del campione,
restituisce un quadro in cui le lavoratrici intervistate non sembrano
voler pensare alle conseguenze della loro condizione professionale. Fortissimo
invece è l’attaccamento al lavoro sostenuto dal fatto di fare il lavoro
per cui si è studiato e a cui non si vuole rinunciare
.
I nodi principali, sembrano riguardare le discontinuità reddituali, la mancanza d’informazione sui propri diritti e le difficoltà di rientro al lavoro.
Dai racconti delle intervistate, emerge un fortissimo vissuto
d’incertezza dovuto primariamente alle continue oscillazioni della
retribuzione mensile, estremamente dipendente da una serie di cause non
sempre prevedibili (malattie/ricoveri degli assistiti, indisponibilità
personali ecc), e dalle incertezze legate all’ammontare della
tassazione. L’impossibilità di fare progetti, di programmare le proprie
spese e necessità, alimenta una serie di ansie legate alle possibilità
di accesso al credito, al futuro previdenziale e alla possibilità di
sostenere nel medio – lungo periodo la propria famiglia oppure di
raggiungere l’indipendenza personale e familiare.
Nonostante
queste preoccupazioni la volontà principale è però quella di riflettere
il meno possibile sulle conseguenze derivanti da questa condizione
professionale, evitando la programmazione di lungo periodo. Rispetto
alla maternità, infatti, il dato che fa più riflettere è la quasi totale
mancanza di informazioni sui propri diritti. Tra le donne che non hanno
ancora avuto figli, poche conoscono il funzionamento dell’indennità di
maternità e i requisiti per accedervi, mentre chi ha già avuto dei figli
e ha beneficiato dell’indennità, non avendo, anche in questo caso,
nessun tipo d’informazione preventiva, ha sperimentato una serie di
problemi nei pagamenti, nei calcoli dell’indennità ecc.
Il
rientro dalla maternità si conferma come il periodo più critico nella
vita professionale di queste donne. Riprendere i normali ritmi
lavorativi è quasi impossibile.
Non esiste, infatti, alcuna
garanzia di ritornare ad occuparsi dei pazienti che si è lasciati, più
frequentemente si inizia tutto da capo, con sostituzioni, spesso
saltuarie, a cui si associa la difficoltà di dover riallacciare
relazioni di stima e fiducia proprio quando «le energie non sono al 100%
concentrate sul lavoro».
A fronte di queste difficoltà, l’assenza
di un albo capace di garantire non solo legittimazione professionale ma
anche tutela, è un elemento di fortissima debolezza per tutte le
professioniste intervistate. Non è un caso infatti che tutte siano
iscritte ad una o più associazioni professionali, di cui lamentano però
la debolezza e la mancata rappresentanza dei propri interessi [7]. Nel
complesso quella che sembra delinearsi è una netta distanza tra queste
lavoratrici e il sostegno che si aspettano di ricevere dallo Stato. La
sola indennità di maternità difficilmente sembra poter compensare le
oscillazioni del reddito e i periodi in cui si riduce drasticamente il
carico di lavoro.

Più che al welfare, le lavoratrici
intervistate puntano quindi all’organizzazione individuale oppure alle
tutele categoriali. Il richiamare costantemente la mancanza di un albo
professionale, sottolinea il tentativo di allontanarsi dalle prestazioni
offerte dal pubblico per trovare una rappresentanza organizzata
attraverso la mediazione delle varie associazioni.
La
frammentazione degli interessi però non sembra essere la strada migliore
per favorire risposte adeguate alle richieste di legittimazione e
sostegno.
Se alle singole associazioni di categorie vanno lasciate
le competenze sugli standard e i requisiti della professione, arrivare
alla formulazione di proposte organiche e unitarie potrebbe favorire un
dialogo alla pari con gli altri attori chiamati a guidare la
ridefinizione delle politiche sociali. I soli interessi particolari
finiscono infatti per favorire solo quelle categorie che sono già più
forti. In questo senso, le differenziazioni presenti nell’erogazione e
nel calcolo dell’indennità di maternità sono un esempio di queste
asimmetrie.
Allo stesso modo vanno immaginati strumenti
maggiormente tarati sulle lavoratrici autonome senza estendere
banalmente quelli già previsti per le dipendenti. Il fatto che
nessuna delle intervistate ha fatto ricorso ai congedi parentali
(estesi, seppur con qualche limitazione, anche alle lavoratrici
autonome), né intende farlo a causa dei forti contraccolpi sul reddito e
sul network professionale, suggerisce che altri strumenti devono essere
messi in campo
partendo ad esempio da una ridefinizione delle
forme di regime fiscale agevolato, da una maggiore flessibilità degli
orari dei servizi all’infanzia, o dalla valorizzazione delle
associazioni spontanee di mutuo aiuto create da alcune professioniste.

Note
[1] Il dato si riferisce alle sole persone fisiche, cioè le partite Iva individuali.
[2] Per un approfondimento si veda “La solitudine delle partite Eva”, su questo stesso sito  
[3]
“Per i periodi di astensione dal lavoro per i quali è corrisposta
l’indennità di maternità, sono accreditati i contributi figurativi ai
fini del diritto alla pensione e della determinazione della misura
stessa.” (D.M. 12 Luglio 2007, art. 6).
[4] L’indennità è però
calcolata facendo riferimento al reddito medio annuo degli anni in cui
sono ricompresi i suddetti 12 mesi. Sono quindi inclusi nel reddito
annuo anche i due mesi antecedenti il parto, con un’evidente sottostima
del reddito effettivo.
[5] Per un approfondimento si rimanda a www.actainrete.it
[6] Questo articolo sintetizza i risultati preliminari della ricerca presentati alla VI conferenza ESPAnet
[7] Per un approfondimento sulle professioni non regolamentate www.cnel.it

(fonte inGenere.it)

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